Lo stato dell'università e della ricerca in un intervento parlamentare di ampio respiro

Articolo di Ragione Pubblica

Presso il Senato della Repubblica, ieri (seduta del 29 novembre) è stato pronunciato un intervento di grande interesse ed ampio respiro sullo stato dell'università e della ricerca in Italia. L'autore - il senatore Fabrizio Bocchino - ha una competenza specifica sul tema, essendo un ricercatore astrofisico presso Inaf. Nell'intervento convergono una messe di dati frutto di una ricerca del dipartimento “Saperi” del partito “Sinistra Italiana” presentati in un seminario presso il Senato della Repubblica il 14 novembre.

Ne riportiamo un largo stralcio che ci sembra un ottimo punto di partenza per una discussione sul ruolo dell'università e della ricerca nel nostro paese.

I passi riguardano gli assegni di ricerca, i posti di ricercatore t.d., l'abilitazione scientifica nazionale, gli organici universitari e la vicenda degli scatti stipendiali. Sono aspetti intercorressi e corredati di numerosi, e molto significativi, dati.

“Partiamo quindi dai numeri: ci sono nelle università italiane in questo momento 13.350 assegnisti di ricerca. Ricordo che l'assegno di ricerca è un contratto assolutamente debole, con bassissime tutele lavorative e senza alcuno sbocco professionale certo. A questi si aggiungono 3.687 ricercatori di tipo "A", una forma contrattuale leggermente migliore degli assegni di ricerca, ma ancora una volta senza alcuno sbocco o prospettiva. Pensate: la somma è di 17.037 precari a pieno titolo nelle università italiane nel 2017, ma è un numero in costante aumento.

A fronte di questo esercito di precari senza alcun futuro, abbiamo appena 2.295 ricercatori di tipo "B", la cosiddetta tenure track, quelli che effettivamente hanno una possibilità, una volta ottenuta l'abilitazione scientifica nazionale, di essere immessi nei ruoli di professore associato e ordinario. Pensate: sono solo 2.295.

Nei prossimi due anni, signora Presidente, 4.590 assegni di ricerca toccheranno il tetto massimo dei sei anni previsto dalla legge n. 240 del 2010, peraltro emendata due anni fa, nel 2016, in occasione del milleproroghe. La durata originaria era di quattro anni - pensate - ma, essendoci resi conto noi tutti in Parlamento - l'emendamento alla Camera era addirittura della maggioranza, ma era condiviso da tutti - che la durata di quattro anni era troppo breve, perché il sistema di reclutamento della legge Gelmini era già fallito e non si riusciva a immettere in ruolo quella massa di assegni di ricerca, un esercito di precari senza nome e senza volto, si decise di allungare tale durata fino a sei anni.

Ebbene oggi, dopo due anni, siamo di nuovo nella stessa situazione. Ancora una volta questi contratti stanno andando in scadenza e non c'è alcuna opportunità per quelle persone. Avevamo presentato un emendamento, a mia prima firma, il cui obiettivo non era, ancora una volta, di allungare la durata di una forma contrattuale che - badate bene - noi stessi crediamo debba essere abolita dal panorama delle figure pre-ruolo. Si trattava di un emendamento costruito in modo tale che soltanto gli assegni che andavano in scadenza dei sei anni - e solo quelli - potessero essere rinnovati temporaneamente fino e non oltre il 2019, proprio per permettere alla politica - a questo punto nella prossima legislatura - di intervenire sistematicamente con una soluzione per quelle persone.

Ebbene, il vice ministro Morando - pensate un po' - mi ha obiettato che questo emendamento mancava di relazione tecnica perché era oneroso e, se fosse stato presentato in una legge ordinaria, sarebbe stato bocciato ex articolo 81 della Costituzione. Forse bisognerebbe spiegare al vice ministro Morando, che rappresenta il Governo, e quindi al Governo tutto, che gli assegni di ricerca non gravano sui fondi ordinari: non c'è bisogno di alcuna copertura, perché gli assegni di ricerca gravano su fondi a progetto che gli stessi ricercatori si vanno a trovare su base competitiva. Pensate: il Governo non sa neanche di che cosa stiamo parlando.

Nel periodo 2010-2016 solo il 7,3 per cento degli assegnisti ha avuto attualmente un posto da ricercatore a tempo determinato (RTD), sia RTD-a che RTD-b, e quindi quello neppure tenure track o tenure track. Pensate poi che del 92,7 per cento che ha avuto un assegno da 2010 fino ad oggi non vi è traccia nel database del MIUR, da cui sono stati tratti questi dati. Quelle persone sono state espulse dal sistema della ricerca, dopo aver dedicato la loro vita a questo.

Dalla riforma Gelmini, dal 2010 al 2017, le università hanno assunto solo 2.295 persone come RTD-b - come ho già detto - a fronte di 14.492 pensionamenti: 12.000 posti evaporati nelle nostre università. Si può parlare a tutto titolo, senza timore di essere smentiti, di un vero e proprio attacco alle nostre università; uno smantellamento delle nostre università, un depauperamento, uno svuotamento, perché questo dicono i numeri tratti dal database del MIUR, e non i nostri.

E non finisce qui, signora Presidente. Il 28 luglio 2017, su un articolo del quotidiano «Il Sole 24 ORE», di certo non un giornale di sinistra, si dice che nei prossimi tre anni il 20 per cento dei professori ordinari andrà in pensione, il 10 per cento di tutti i professori, sia ordinari che associati: 5.000 posti evaporeranno ancora una volta nei prossimi anni e si sommano ai 12.500 che abbiamo già perso. Si tratta di un autentico svuotamento delle nostre università.

I precari sono 8.800 soltanto negli enti pubblici di ricerca vigilati dal MIUR e in totale arrivano a circa 10.000, contando tutti gli altri enti di ricerca.

C'è poi il capitolo dell'abilitazione scientifica nazionale, signora Presidente: 12.600 abilitati a professore ordinario, 24.500 abilitati a professore associato, per un totale di 36.000. E pensate che tra questi, in sette anni, da quando è nata l'abilitazione scientifica nazionale, ci sono state soltanto 4.000 immissioni in ruolo, meno del 10 per cento. Pur con le tante critiche su com'è andata l'abilitazione scientifica nazionale, in particolare per quanto riguarda gli indicatori bibliometrici, si tratta di persone superqualificate e selezionate, passate comunque attraverso una commissione, alle quali non si dà alcuno sbocco.

Un nostro emendamento prevedeva ancora una volta un piano di normalizzazione degli abilitati, ma non è stato assolutamente accolto. Pensate che il 6 per cento degli abilitati a professore ordinario all'università è esterno; molti di questi sono addirittura precari. Il 12 per cento degli abilitati a professore associato sono di nuovo esterni. Questi sono i numeri della ricerca.

Passiamo ora ai numeri riferiti alle cose che sono state approvate. Passiamo all'emendamento Verducci e all'articolo 56 perché, signora Presidente, ci sono già - io li ho visti - i comunicati stampa del MIUR che sventolano il numero di 2.140 nuovi ricercatori. Andiamo un po' a verificare questi numeri.

Nell'emendamento Verducci si stanziano 50 milioni per gli enti pubblici di ricerca, con l'obbligo degli stessi enti di ricavarne un altro 50 per cento in più, e quindi fino all'ipotetica cifra di 75 milioni. Ebbene, a quanti ricercatori corrispondono 75 milioni? Se andiamo a vedere la relazione tecnica dell'articolo 56, in cui si sono stanziati 13,5 milioni per 300 ricercatori negli enti pubblici di ricerca, facendo la divisione il risultato è pari a 45.000 euro per ricercatore. E, in effetti, questo è un costo giusto, perché le tabelle ci dicono che 47.000 euro è il costo di un ricercatore di terzo livello negli enti pubblici di ricerca. Ma se noi dividiamo i 75 milioni dell'emendamento del senatore Verducci per 45.000, il risultato dà 1.666, e non 2.175. Facciamoli bene i conti. Non solo, ma in quei 75 milioni ci sono - ci dovrebbero essere e spero ci siano - anche i tecnici degli enti pubblici di ricerca; quindi i ricercatori saranno ancora meno. Allora, quando facciamo i comunicati stampa - signora Presidente, tramite lei mi rivolgo alla signora Ministra - scriviamo in modo giusto i numeri, perché non vogliamo essere presi in giro. Il Piano straordinario di assunzione previsto nell'emendamento di cui sto parlando è totalmente insufficiente per venire incontro alle esigenze della massa di precari, con i numeri che ho denunciato proprio in questo mio intervento.

Naturalmente apprezzo il fatto che nell'emendamento si faccia menzione specifica dell'articolo 20 del decreto legislativo n. 75 del 2017 della ministra Madia, perché è necessario finalmente legare le risorse all'articolato del cosiddetto decreto Madia, che abbiamo approvato qui in Parlamento. E apprezzo anche molto il fatto - e per questo ringrazio il senatore Verducci - di avere trovato dei fondi finalmente e veramente aggiuntivi.

Ma, signora Presidente, i miei ringraziamenti si fermano qui. Per il resto si tratta ancora una volta di un provvedimento tampone del tutto insufficiente a dare le giuste risposte a persone - parliamo di persone, e lo sottolineo ancora una volta - che hanno dedicato la loro vita al Paese, per intraprendere una carriera, nelle università e nella ricerca, a fronte della continua incertezza che stanno vivendo e patendo sulla loro pelle. Abbiamo visto le mobilitazioni che si sono susseguite in questi giorni e l'occupazione del CNR a Palermo, Pisa e Roma.

Veniamo ora alla questione degli scatti universitari, in piena continuità; la classica toppa, ancora una volta. Badate bene: parliamo di professori universitari a regime pubblicistico, il cui rapporto di lavoro è quindi regolato interamente ope legis. Siamo tenuti pertanto come Parlamento a intervenire proprio con disposizioni che li riguardino.

Termino il mio intervento con la vicenda degli scatti stipendiali. Hanno patito più di ogni altra categoria le disposizioni, le mannaie cadute nel 2010 per fare cassa sul pubblico impiego; non stati recuperati gli scatti e ancora una volta l'articolo 55, in maniera del tutto insufficiente, prevede il ritorno alle biennalità a partire dal 2020. Questo è totalmente insufficiente, tant'è vero che c'è ancora una volta un emendamento sia della maggioranza che delle opposizioni.

Ebbene, qual è la soluzione di cui stiamo discutendo? Un una tantum nel solo anno 2018, peraltro, facendo i calcoli, pari a circa un terzo di quello che hanno perso con il blocco perdurante dei loro scatti stipendiali. È un blocco valevole - lo ricordo - anche agli effetti giuridici, e non solo economici: è come se non avessero lavorato per cinque anni, a tutti gli effetti giuridici. Questo emendamento è stato ritirato, perché si dice che alla Camera ci dovrebbero essere più risorse in questo senso. Spero che, oltre a maggiori risorse, vi sia anche un cambiamento radicale nel modo in cui si opera la compensazione, perché deve essere strutturale e si deve retrodatare il ritorno alle biennalità all'anno 2014, e non una tantum”.

Il dibattito è aperto.