Cari genetisti, giù le mani dalla Costituzione

Articolo di Marco Plutino

Uno dei tratti più inquietanti della crisi dell'occidente è l'infantilismo intellettuale. Il fatto che anche ottime menti non siano impermeabili al morbo del semplicismo. Dall'incapacità di distinguere e contestualizzare, direi.

E' ciò che avviene da un po' di anni con il tormentone sull'articolo 3 della nostra Costituzione, il quale sarebbe incappato nel terribile errore di ricorrere al lemma “razza” (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, art. 3, comma 1). Periodicamente gli scienziati ed entità della società civile richiedono a gran voce la modifica di quell'articolo in base all'assunto che le razze sono un concetto scientificamente squalificato. Le razze non esistono, come confermano gli studi genetici sul Dna umano. Ce lo ripete per l'ennesima volta Carlo Alberto Redi, genetista di fama, dalle colonne de “la Repubblica” di oggi, sabato 14 ottobre 2017. Ora: chi ha detto il contrario? Accade forse che i costituzionalisti hanno “sdoganato” il concetto di razza? Forse non è mai venuto ai genetisti il dubbio che i giuristi non sia del tutto ignari dello stato del dibattito delle altre scienze, e, almeno, delle loro più grossolane e sicure convinzioni; che i giuristi siano tutt'altro che indifferenti alla questione. Ed è davvero sorprendente che esista un giornalismo che offre una pagina intera, con richiamo in prima pagina e “titoli di scatola” al tema, con il virgolettato: “Razza. Via dalla Costituzione per la scienza non esiste”, senza prendersi la briga di interrogare un costituzionalista uno.

Intanto è bene chiarire che la Costituzione, come ogni altro atto normativo, non ha il potere di creare ciò che scientificamente non esiste e deve stare, ieri e oggi, alle risultanze scientifiche. Ma la questione, cari “scienziati”, è un'altra. A ciascuno il suo. La genetica stabilisce se esistono le razze e il diritto (che, si parva licet, è del pari una scienza) traduce questa conclusione nel modo più efficace: stabilisce come combattere il razzismo. Combattere il razzismo non vuol dire presupporre che esistano le razze, in alcun modo. Del resto è innegabile che il razzismo esiste, quale credenza e convinzione di alcuni uomini che vi siano razze e alcune siano superiori alle altre. Non sarà il discredito scientifico, in tempi di post-verità, a far ricredere queste persone. E allora si tratta di approntare la normativa più idonea allo scopo.

Insomma proprio all'opposto di quello che pensano gli “scienziati”, i loro colleghi giuristi (e la politica democratica) hanno stabilito, la dico così, che il miglior modo per rispettare le risultanze scientifiche (genetiche) in tema di razza è fare del concetto di razza il fulcro di una legislazione anti-discriminatoria.

Probabilmente è necessaria qualche pennellata storica. Nonostante l'indubbio razzismo del fascismo e la tarda datazione del Manifesto della razza (1938), ad onore loro, meno di dieci anni dopo, una classe politica per grandissima parte nuova e giovane ha scritto una Costituzione senza offrire alcun seguito alla dottrina o alla teoria pseudoscientifica delle razze. Nei lavori preparatori non ci sono evidenze che quel lemma sia lì per significare qualcosa di esistente, ma combattuto. Detto diversamente, non è la tolleranza che ha ispirato quella norma. Ma la virtù “sovrana” (direbbe oggi Dworkin) dell'eguaglianza e le sue tecniche giuridiche di realizzazione. L'art. 3 Cost. pone una serie di classificazioni che presidiano quello che i giuristi chiamano il “nucleo duro” del principio dell'eguaglianza (sesso, razza, lingua, etc.), ma, capisco che non sia scontato e da qui deriva una certa confusione, la razza è, lo ammetto, differente dagli altri termini. Ma ciò che conta è altro: le classificazioni, con il conseguente divieto, servono tutte la stessa funzione: di consentire una migliore lotta alle discriminazioni. E se la razza non c'è, ci sono le discriminazioni in nome della razza.

Come si vede, non si tratta certo di accreditare il concetto scientifico (nel caso, genetico) di razza. Si tratta solo di una tecnica giuridica, consolidata e rivelatasi molto efficace, che la nostra gloriosa Costituzione del 1948 ha scelto, del resto, sulla scorta di altri documenti del nuovo costituzionalismo nazionale e internazionale.

La razza è presente perfino nell'art. 1 della Carta delle Nazioni Unite del 1945 e oggi in una vastissima serie di documenti internazionali, con la medesima finalità e senza alcun ripensamento recente. Anzi la legislazione antidiscrminatoria è, compresa quella anti-razziale, uno dei grandi fronti delle battaglie di civiltà del diritto. Vogliamo revisionare la nostra Costituzione e isolarci internazionalmente, per il solo caso della razza, rispetto a questa consolidata tecnica per inventarci qualcosa di nuovo?

Il linguaggio politico liberal-democratico in altre parole utilizza il termine “razza” in modo polemico e quello giuridico l'ha fatto proprio con le stesse finalità e a protezione della Costituzione e dei diritti.

Solo un approccio semplicista pensa che siccome una cosa non esiste non se ne può e deve parlare in alcun modo. Che, in particolare, il diritto ne offra oggettivamrnte una forma di legittimazione (se non di  o addirittura di creazione, del concetto). Personamente mi è capitato di ascoltare diversi discorsi razzisti ma nessuno ... si appellava all'art. 3 della Costituzione per auto-legittimarsi.

Con queste periodiche, e un po' stucchevoli, polemiche siamo al sensazionalista che non serve. Gli scienziati che portano avanti campagne senza ascoltare altri scienziati implicati nelle questioni rischiano di prendere nella migliore delle ipotesi degli abbagli. La genetica, come tutte le scienze, è preziosa ma non ha bisogno di questi spot dai quali lo scienziato, come intellettuale e cittadino consapevole, non esce particolarmente bene.

La scienza si fidi della scienza. Anche perchè, diversamente, si delegittima inutilmente la Costituzione, che tra l'altro ha un tratto distintivo e prezioso proprio nel carattere “polemico” verso il passato.