Catalogna. Raggiunto il punto di non ritorno, malgrado la sospensione

Articolo di Marco Plutino

Dopo lo spettro che fu, ora un equivoco si aggira per l'Europa. Se la politica è l'arte del compromesso e il compromesso in politica non ha un tempo-limite entro il quale realizzarsi (se non quando è ormai frustrato l'obiettivo) ed anzi spesso vive di procrastinazioni, tuttavia non bisognerebbe mai dimenticare che la politica si esprime ad un certo punto nelle forme giuridiche, in atti, normativi e non. Quando la politica assume le forme del diritto soggiace ad esso, e solo facendosi diritto o, al contrario, assumendosi il carico di sopportare e far vivere l'effettività della sua violazione può farne venir meno la vigenza, con tutto ciò che ne consegue. Per questa ragione appare grottesca e irresponsabile la proclamazione della indipendenza della Catalogna da parte del Presidente Puigdemont, accompagnata immediatamente dalla contestuale sospensione degli effetti.

Come acclarato da un documento firmato da centinaia di costituzionalisti spagnoli, almeno da settembre la Generalitat (e non solo, ormai) si muove al di fuori della legalità, e parliamo della legalità costituzionale. Essere fuori dalla Costituzione spagnola, non in uno spazio giuridicamente neutro, ma in uno spazio di violazione, anche esplicita, delle sue norme, vuol dire compiere un'attività eversiva ed entrare nel campo degli attentati alla Costituzione. E a questa categoria vanno ascritti il cosiddetto referendum sull'indipendenza e l'atto di stasera. La contestuale sospensione degli effetti della dichiarazione di indipendenza non è meno illegittima (qualcuno direbbe inesistente, ma non per questo priva di conseguenze) della stessa dichiarazione. Tutto si muove in uno spazio eversivo della legalità costituzionale che si completa con un punto di non ritorno, per quanto non capace, come pure auspicato da alcuni irresponsabili leader catalani, di assumere le connotazioni del potere costituente, ovverosia di un potere creatore di una nuova legalità, in aperta concorrenza con quella contestata, e che si afferma in fatto e a cui si deve l'obbedienza dei consociati.

Con una formula volutamente ambigua ma chiara nel suo dispositivo si è prodotto, pertanto, un fatto di una gravità inaudita che, mentre presuppone di esserne base, toglie in realtà ogni spazio alla trattativa politica e giuridica, se non altro perchè la magistratura deve comunque fare il suo corso (e decine di indagini a vario titolo sono già in corso) e ciò mina alla base la serenità di un'ipotetica trattativa. In Catalogna, in nome di una resistenza e reazione ad un oppressione, nel nome del rispetto dei diritti umani e del principio (curiosamente ribattezzato “civico”) di autodeterminazione, si è semplicemente infranto lo Stato di diritto con messa a repentaglio della integrità territoriale della democrazia spagnola. Non esistono giustificazioni politiche per attività illegittime ed eversive. Non può esistere una politica che afferma le proprie ragioni e logiche facendo strame della legalità costituzionale.

Si è molte volte in questi giorni, da parte catalana, parlato della rottura del patto costituzionale che è alla base della fuoriuscita dal franchismo, ma l'unico vero atto di violenza, di rottura, per certi versi totale e definitivo, è quello compiuto oggi. Il governo centrale può temporeggiare in assenza di un ordine che intende espressamente contrapporsi attivamente ad un altro e insidiarne la legittimità, ma non potrà continuare a lungo a proclamare inesistenti in quanto totalmente illegittimi e privi di base normativa gli atti giuridici della Catalogna. Una trattativa non può iniziare su queste basi sia per le ragioni che abbiamo anticipato sia per la delegittimazione che ne deriverebbe per lo Stato spagnolo, in questi anni già duramente colpito dalla crisi economica e da problemi di credibilità internazionale. Nè meno gravi sarebbero le conseguenze che potrebbero prodursi in termini emulativi da parte delle tante “piccole patrie” vere o presunte, per cui oggi in Spagna si gioca una partita decisiva per il futuro non solo del governo e delle istituzioni di Madrid ma dell'Europa intera. Quello che ci si può augurare è che il popolo catalano capisca in che cul de sa cè stato cacciato da una classe dirigente irrresponsabile, ne accetti il fatale allontanamento del potere (che potrà preludere ad una amnistiain tempi rapidi) e, rientranti nella piena legalità, si discuta del futuro della Spagna in modo non limitato, peraltro, alle rivendicazioni catalane.