La fruizione dei media in Italia nel quattordicesimo rapporto Censis Ucsi sulla comunicazione

Articolo di Francesco Nicodemo

Il secolo scorso sul finire ci ha lasciato in eredità Internet. La rete a poco a poco è penetrata in vari settori. Le ricadute occupazionali sono un tema tanto attuale quanto dibattuto, il web ha reso dei lavori obsoleti ma ne ha trasformati altri che richiedono competenze più specifiche in indispensabili. La rete tuttavia richiede abilità e conoscenze non solo per inserirsi o restare nel mercato del lavoro ma più in generale. Quasi tutti noi infatti siamo utenti. Secondo il quattordicesimo rapporto Censis Ucsi sulla comunicazione, solo il 38,3% degli over 65 è su Internet ma l’87,8% di chi ha tra i 30 e i 44 anni e addirittura il 90,5% dei giovanissimi tra i 14 e i 29 anni. Una volta che accediamo ai nostri dispositivi mobili davanti ai nostri occhi appare un ventaglio di opportunità, possiamo acquistare qualsiasi cosa, guardare un film, ascoltare musica, decidendo come e quando farlo. La modalità personalizzata di fruizione dei contenuti non riguarda solo lo svago ma anche l’informazione. Se nel 2017 la televisione resta in cima alle preferenze e alle abitudini degli Italiani con il 95,5% e perde solo 2 punti rispetto allo scorso anno, e le persone si tengono aggiornate attraverso i telegiornali, subito dopo c’è Facebook come canale informativo. Al contrario, solo il 35,8% consulta i giornali cartacei, i quotidiani stampati in dieci anni hanno perso addirittura un quarto dei propri lettori (-25,6%). In rete poi si comunica, ciascuno diffonde contenuti che contribuisce a creare. La velocità della condivisione fa passare in secondo piano la verifica della veridicità di ciò che viene pubblicato e dell’attendibilità delle fonti. Sentiamo parlare spesso di fake news ma notizie inesatte o false sono sempre esistite, ora però hanno un nuovo mezzo per diffondersi. E cosa dire del fatto che spesso i contenuti che condividiamo sono momenti della nostra stessa vita? Il rapporto del Censis parla di era biomediatica non a caso. Più della metà degli Italiani, per la precisione il 56,2% e quasi l’80% dei giovani, racconta le proprie giornate con i post di Facebook. Il 21% e quasi la metà dei ragazzi, immortala letteralmente la propria esistenza su Instagram. In rete infine si interagisce, la storia dell’umanità ci insegna che l’uomo si è sempre aggregato in piccoli gruppi, in famiglie, clan e piccole comunità. Nonostante Internet venga associato a grandi numeri, basti pensare che Facebook conta 2 miliardi di utenti attivi al mese, in realtà in rete accade la stessa cosa perché si tende a interagire con chi la pensa come noi e condivide i nostri stessi interessi, tendenza questa rafforzata dalla profilazione dovuta agli algoritmi. Le piattaforme sono state chiamate in causa e stanno cercando di modificare queste dinamiche ma intanto online ciascuno è chiuso nella propria bolla fatta di cose e persone di proprio gradimento. I piccoli gruppi virtuali all’interno polarizzano le opinioni, rafforzano quelle errate, non favoriscono il confronto e dunque l’ampliamento della propria conoscenza e quando vengono in contatto talvolta alimentano il linguaggio dell’odio e la contrapposizione. Siamo consapevoli di pregi e difetti della rete ma proprio per questo non abbiamo più attenuanti e non possiamo continuare a utilizzare uno strumento così potente, senza porci il problema di come gestire tutte queste dinamiche.