Un bilancio del Jobs Act

Articolo di Fabio Avallone

Il Jobs act (1) è oramai al suo terzo anno di applicazione. Può, dunque, ragionarsi dello stesso in termini non più previsionali, ma almeno parzialmente consuntivi.

A mio avviso bisogna distinguere l’impatto che le nuove normative hanno avuto sul mercato del lavoro in generale da quello che hanno avuto sull’impianto dei diritti dei lavoratori. Entrambi i bilanci sono positivi, ma ne vanno sottolineati gli elementi peculiari.

Partiamo dal mercato del lavoro.

I numeri Istat sono questi (aggiornamento ad Agosto 2017): il tasso di occupazione è del 58,2% (febbraio 2014: 55,4%), i lavoratori dipendenti sono 17,78 mln (erano 16,67 mln), il tasso di attività è del 65,7% (era 63,7%), il tasso di disoccupazione è 11,2% (12,9%), gli inattivi sono stimati in 13,29 mln (erano 14,21 mln), l’occupazione femminile è al 48,9% (era al 46,6%).

L’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, nel commentare il dato sull’occupazione, che riporta il dato complessivo dei lavoratori ai livelli del 2008 e, dunque, pre-crisi, ha evidenziato che il monte ore lavorato, sempre rispetto al 2008, è inferiore di circa il 5%; dato spiegabile con la diminuzione dall’86% all’81% della percentuale di lavoratori a tempo pieno e il conseguente aumento della percentuale di lavoratori a tempo parziale. Il dato viene corredato da quello sulle retribuzioni medie degli occupati, calato del 3,4%, sempre rispetto al 2008.

Interpretare questi dati solo sulla base delle variazioni normative sarebbe un errore madornale. È del tutto evidente che la ripresa economica in atto in tutta Europa ha spinto le imprese ad assumere (e a non licenziare). Chi scrive è da sempre convinto che le leggi sul mercato del lavoro non siano in grado di “creare”, come spesso sentiamo dire, posti di lavoro. Sono in grado, però, di determinare dove (e mi riferisco ora al dato qualitativo e non quantitativo) le curve della domanda e dell’offerta si incontrano.

Faccio due esempi per chiarire il concetto.

Il primo è il fenomeno Co.co.co., forma contrattuale particolarmente (e non felicemente) nota a molti della mia generazione. A legislazione immutata, negli anni ’90, e sfruttando una norma introdotta nel codice di procedura civile nel 1973, la quantità di Co.co.co. stipulati (anche grazie ad una certa leggerezza con la quale furono utilizzati dalla pubblica amministrazione) raggiunse cifre impressionanti, soprattutto in considerazione della elevatissima concentrazione nelle fasce d’età più giovani. Gli interventi legislativi succedutisi nel tempo, volti a regolamentare la fattispecie e ad innalzare la quota contributiva, ne hanno frenato parzialmente l’utilizzo, ma si è trattato, appunto, di un intervento tampone, resosi necessario a causa di un’evoluzione, per così dire, spontanea del mercato del lavoro. Se all’epoca le forme contrattuali in vigore fossero state più flessibili, con tutta probabilità non avremmo assistito ad un fenomeno che avrà ripercussioni pesanti sotto il profilo previdenziale. Il presidente dell’INPS più volte, nel corso degli ultimi anni, ha sollecitato il Parlamento ad intervenire per prevenire una situazione che si preannuncia con i caratteri del vero e proprio allarme sociale.

Il secondo esempio riguarda i voucher. Nell’ultimo rapporto trimestrale l’ISTAT sottolinea la stretta correlazione tra l’abolizione dei voucher e l’impennata (+73%) del ricorso al lavoro a chiamata o intermittente. Anche in questo caso, senza voler entrare nel merito delle scelte operate, è chiaro che la domanda di lavoro trova sbocchi diversi a seconda delle forme contrattuali tra le quali gli imprenditori hanno la facoltà di scegliere.

A oltre tre anni dal primo provvedimento del Jobs Act, quindi, analizzando i dati ISTAT, INPS e del Ministero del Lavoro possiamo tranquillamente dire che le nuove norme hanno prodotto un aumento significativo del lavoro dipendente. Solo nell’ultimo trimestre i lavoratori dipendenti sono aumentati del 2,1%, con punte nei settori dell’industria e dei servizi del 3,2%. Di contro Il lavoro indipendente continua a diminuire sia a livello tendenziale (-203 mila occupati) sia congiunturale (-71 mila occupati).

Questo ci porta ad affrontare il secondo argomento, quello dei diritti dei lavoratori.

Le norme del Jobs Act se da un lato hanno diminuito alcune tutele, in particolare quelle contro il licenziamento individuale ingiustificato dei lavoratori dipendenti, oggi sensibilmente minori nei contratti a tutele crescenti, dall’altro hanno esteso una serie significativa di diritti e di ammortizzatori sociali a lavoratori che ne erano privi. Considerando il flusso in uscita dal lavoro dipendente verso forme più o meno legali di lavoro autonomo (mi riferisco in particolare alle c.d. false partite iva) al quale abbiamo assistito negli ultimi 20 anni, la ricollocazione come principale forma di impiego del lavoro dipendente e l’estensione dei diritti di cui abbiamo parlato costituiscono senz’altro un intervento redistributivo in termini di garanzia. Va sottolineato che le norme non hanno intaccato i diritti di coloro che già avevano un contratto a tempo indeterminato al momento della loro entrata in vigore, ma si applicano soltanto ai nuovi contratti stipulati.

Un bilancio florido, dunque? Non del tutto. Innanzitutto andrà valutata, l’anno prossimo allo scadere degli incentivi all’assunzione sotto forma di decontribuzione, l’impatto dello scoppio della bolla dei nuovi contratti stipulati subito dopo l’introduzione della norma. Nel primo anno di applicazione, secondo dati del Ministero del Lavoro, si sono registrate più di 2 milioni di nuove assunzioni con contratti a tempo indeterminato (750 mila in più dell’anno precedente) e 660 mila trasformazioni di contratti a termine e apprendistato (260 mila in più del 2014). Se è facile immaginare che una quota di quelle nuove assunzioni e soprattutto delle trasformazioni possano essere state poste in essere per approfittare degli incentivi (il che ci dovrebbe spingere ad aprire una gigantesca discussione sul costo del lavoro), è impossibile fare una previsione attendibile. Le variazioni che il lavoro dipendente a tempo indeterminato subirà nei primi trimestri successivi al termine degli incentivi ci diranno quanto effimero o duraturo sarà stato l’impatto della decontribuzione.

In secondo luogo alcune misure introdotte andranno sicuramente riviste. Sempre la CGIA di Mestre, ad esempio, ha segnalato nel giugno di quest’anno un boom dei licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo, ipotizzando un utilizzo truffaldino della fattispecie, a causa della correlazione con la possibilità, per i lavoratori così licenziati, di usufruire della Nuova ASpI (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego) che non spetta, invece, a chi presenta le dimissioni.

Infine le tutele, oramai esclusivamente di tipo risarcitorio, per coloro che vengono licenziati senza giusta causa o giustificato motivo sono eccessivamente basse e non in linea con quelle degli altri paesi europei paragonabili all’Italia.

(1) Intendiamo con tale locuzione il complesso delle norme sul lavoro approvate dal Governo Renzi tra il febbraio 2014 e il settembre 2015. Per la precisione: Decreto legge 20 marzo 2014, n. 34; Legge 10 dicembre 2014, n. 183; Decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22; Decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23; Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 80; Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81; Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148; Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 149; Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 150; Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 151.